A Casa di Fosca, tra Napoli e le Murge alla scoperta delle “More” di “Castel Del Monte”


«Cara Capra, come ci si innamora? Si casca? Si inciampa, si perde l’equilibrio e si cade sul marciapiedi, sbucciandosi un ginocchio, sbucciandosi il cuore? Ci si schianta per terra, sui sassi?»

Questo splendida intuizione letteraria è tratta da “La lettera d’amore” di Cathleen Schine e, penso, si possa trasporre a qualsiasi tipo di intensa emozione che ha lasciato “tracce” nella nostra vita, ovviamente con le dovute proporzioni.

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E’ sempre colpa del prof. N, va detto! Anche questa volta si è reso responsabile del posizionamento di un altro “tassello” nel mosaico delle mie degustazioni preferite, quelle dove hai poi scoperto che se non ci andavi ti eri perso qualcosa di bello, quelle dove l’emozione si disvela con il calore delle persone intorno al tavolo, delle parole dette e di quelle non dette … ma comprese.

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«Cara Capra, come ci si innamora?» … di un vino?

E’ una sensazione in delicatissimo divenire, quando ti sorprendi a percepire che c’è qualcosa di diverso che ti ha colpito, come quando senti che l’emozione che stai provando non sarà mai smentita. Tra le persone sono scambi elettrochimici, inconfondibili piccoli “soffi nell’aria”, schematizzando, sono “vibrazioni”, non si sbaglia … almeno nella maggior parte dei casi.

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E con il vino? Quando si capisce che è “quello buono e giusto”? Quando riesce veramente a sorprendere? … e/ma soprattutto … Come si fà un vino che fa emozionare?
Quante variabili ed indicatori diversi si devono considerare? A cosa bisogna rinunciare? Come evitare ridondanti e “barocche” sensazioni organolettiche? Come restare sul “filo della lama” del minimalismo, sorprendente per la sua essenziale eleganza ed armonia?
Cosa fa un vino a diventare “grande”, o almeno più grande di altri, o quantomeno, il migliore della serata?
Ho provato ad elencare alcuni indicatori ma certamente ne ho dimenticati, almeno, altrettanti; sarebbe stato corretto posporre, alla fine di ogni frase, un punto interrogativo ma ho scelto di farlo solo in qualche caso … meglio non approfondire troppo!

Un vino ha una maggiore possibilità di restare nella mente, nel cuore e nell’anima se:

  • è “prodotto” da un “illuminato committente-vigneron”;
  • è “curato” da un “illuminato architetto del vino-enologo”;
  • si prevedono in Azienda investimenti oculati ma significativi;
  • ci si propone di stare nel giusto rapporto, ed armonia, tra tradizione ed innovazione, insomma se non si rinnegano “i padri” e si “riesce a dare “ai figli” una opportunità per dire la loro”;
  • si decide di produrre in coltivazione biologica (?) o addirittura biodinamica, ma quella vera (? + ?) … qui i punti interrogativi ce li metto al “primo turno”;
  • si fanno poche bottiglie ma tutte con il massimo dell’amore e dell’attenzione (?) … anche qui una piccola domanda va posta;
  • si tende alla migliore espressione del vitigno nel suo territorio in armonia con l’idea di vino del “committente” … tu chiamala se vuoi … “non omologazione” (?);
  • si ha la fortuna di avere a disposizione il “Terroir” … non entro nel merito degli innumerevoli indicatori di qualità che tale termine, transalpino, “trascina” con se, ma qualcuno di seguito, si potrà incontrare;
  • si ha la fortuna di avere un terreno adatto all’espressività massima del vino-vitigno;
  • si è abbastanza in alto sul livello del mare, diciamo 300-500 metri, almeno nella nostra Cara Nazione (?) … la domanda non è un dubbio ma la consapevolezza che esiste un sistema cartesiano, deformato su una sfera, sia in latitudine, sia in longitudine;
  • si è avuta la lungimiranza di comprare una “Vigna Particolare” … la semplifico con un esotico “cru”;
  • si ha “cura” in vigna, avendo il coraggio di selezionare e rinunciare … anche se “ti piange il cuore” e … «se ti vedesse il nonno che butti a terra tutta quell’uva»;
  • si sceglie l’uva più bella;
  • si “vive” un’ottima annata;
  • si riesce a vendemmiare, a mano ed in piccoli contenitori, uva sana per la vinificazione;
  • si riesce a ridurre al minimo l’attesa dei grappoli prima del “tuffo in vasca di pigiatura”
  • si usano tecniche di vinificazione appropriate;
  • si controllano le temperature … specie se fa caldo;
  • le uve vengono pigiare con sicurezza ma con dolcezza;
  • si sceglie il “fiore” del vino e si riesce a rinunciare alla quantità, donando “liquido di pressa”, seppur di qualità, ad altre etichette dell’azienda;
  • si sa scegliere se svolgere, svolgere parzialmente o rinunciare alla “malolattica” (?) … altra piccola concessione interrogativa;
  • si sceglie un buon invecchiamento/affinamento/conservazione;
  • si riesce a “trattenere” qualche bottiglia in più di “storico di Cantina”, agendo da “facilitatori” di emozioni future.
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… degustazione scoperta … o alla cieca? …

Ma non tutto può finire nel “sacco” degli indicatori di qualità della fase ex ante, qualcosa dovrà riempire quello ex post, quello che appartiene al consumatore finale, sia esso degustatore o bevitore, che dovrà:

  • saper scegliere le persone, il luogo ed il momento giusto;
  • saper “controllare” la migliore temperatura di servizio;
  • essere “attento” e predisposto con tutti i sensi … ed in tutti i sensi;
  • non fare gesti inutili, improduttivi e controproducenti;
  • sapersi emozionare;
  • non farsi condizionare dalla “bottiglia” e degustare quello che si ha nel bicchiere.

D’altronde si sa, la vera soddisfazione è quando si riesce a “capire” quello che si ha nel calice: la “vera” tipologia del vino, la sua più probabile evoluzione e quello che va sotto il multisensoriale significato di qualità, da confermare con gli occhi, con il naso, con la bocca … con il cuore … e ci metto anche l’anima.
Si sa, le sostanze sono “volatili” e la “persistenza”, che si esprime in secondi, è qualcosa di non sempre così scontato da percepire nella sua reale dimensione, insomma se si “perde l’attimo fuggente” il vino è già quasi nel dimenticatoio … un peccato no?
Quando mi sento predisposto, amo non perdere nulla, cominciare dal suono del liquido, dalla rivelazione della sua anima cromatica; come sono “fragili” le molecole più leggere, quelle che vanno via anche con le parole, se pronunciate troppo vicine al calice, allora, appena versato il vino cerco di “afferrarne” i profumi ma non il bicchiere, perché so che roteazioni premature fanno perdere qualcosa; come una composizione, va “suonata” ogni nota dalla più “leggera” ed evanescente alla più “greve” e duratura.

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Lasciato da pochi giorni alle spalle questo “complicato 2012″, ci siamo incontrati “A Casa di Fosca”, per compiere un viaggio ideale tra Napoli e le Murge, alla scoperta delle “riserve enoiche” di una Cantina di Puglia.
Nonostante il leggero ritardo (colpa mia) sull’orario raccomandato in bacheca FB (io, Claudio ed il prof. N, alias Franco), troviamo gli altri (Luca, Sergio, Salvio e Lucio) intenti ad ammirare le meravigliose preparazioni culinarie minuziosamente ed armoniosamente adagiate sul tavolo di portata. La perfezione della Padrona di Casa, impeccabile, si è palesata immediatamente quando a tavola ha presentato la sua favolosa crema di cicerchie e baccalà ottimamente abbinata ad uno dei vini scelti; notevoli anche gli altri piatti e gli altrettanti curati abbinamenti portati dagli altri invitati-degustatori.

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… “gentile omaggio” alla Padrona di Casa … Architetto …

Ma voglio concentrami a raccontare il vino che mi sono “portato via” nel “bagaglio della mia esperienza”: Azienda Agricola Santa Lucia, Riserva Le More, Castel del Monte, rosso riserva, 2008, 14° circa, uva di Troia in purezza, Cru/Vigna Castigliola di circa 1,5 ettari a 300 mt. s.l.m., selezione massale, terza epoca di vendemmia (seconda metà di ottobre ma, attenzione, siamo in Puglia), cernita dei grappoli, pigiatura morbida e prolungata con rotomacerazione in acciaio, controllo della temperatura (caldo e freddo), “legni” misti e dosati con 12 mesi in barriques francesi di rovere allier e tronçais da 228 lt. nuove, altri 18 mesi in bottiglia (totale dueanniemezzo), affinamenti in locali con temperatura ed umidità controllate, 5000 bottiglie, prima produzione anno 2001.
L’Azienda Agricola Santa Lucia ha il cuore per metà campano e per l’altra metà pugliese, la Famiglia Perrone Capano, infatti, è napoletana di origine ed ha un podere, con antica casa colonica, cantine e vigneti a Corato in Provincia di Bari; un posto dove i vignerons solevano passare l’estate e rimanerci fino alla raccolta delle olive.
La Cantina ha scelto di collaborare, già dal 2001, con l’enologo Paolo Caciorgna … che di vitigni autoctoni ne sa qualcosa (N’Anticchia, Etna Rosso” per citare qualcosa) e che, appena entrato in Azienda, decide per la purezza del vitigno, dando un taglio netto alle sperimentazioni in uvaggio malbec + uva di Troia: 1998, 10% di malbec e primo uso della barrique, 1999 riduzione della “dose” di malbec al 5% e nel 2000 malbec allo 0%, 2011 la scelta del vino in “esame”.
Gli esperti dell’Espresso ebbero a dire: «è al momento il più grande vino a base di nero di Troia d’Italia» … come dargli torto!

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Quando il vino era già nel bicchiere, per un attimo mi stava per sfuggire, chissà distratto dall’ottimo cibo in abbinamento, dall’affievolimento dei sensi (erano già passati 4 vini) ma poi qualcosa ha cominciato a prendere forma, una consapevolezza si faceva sempre più strada dentro di me: non potevo sbagliare, stavo degustando un grande vino!
Quello che mi aveva colpito era la finezza, la grazia nel bicchiere, l’espressione dei tannini in bocca e nel contempo una non “preoccupante” morbidezza che “giocava a nascondino” con freschezza e snellezza.
Anima cromatica “viva”, luminoso, un bel colore rubino senza unghie di altra tonalità (forse un leggerissimo lembo granato se si inclinava il bicchiere e se la luce lo attraversava nella giusta saturazione); nessun dubbio, già in questa fase, sul lungo cammino che il vino ha ancora da compiere prima della maturità.
Profumi di frutti rossi e neri, freschi e grondandi di succo, ciliegie, more, lamponi; una leggerissima nota balsamica che agevola un ulteriore “guizzo” di freschezza e che accompagna la delicata speziatura per completare un bouquet, senza dubbio, complesso.
In bocca si svolge una sequenza da manuale: secco, caldo e morbido con la freschezza che si fa sempre sentire insieme ad una adeguata sapidità ed ecco i tannini che il tempo ed il sapiente uso dei lignei contenitori hanno saputo “lavorare” con destrezza.
L’armonia è data più dalla coerenza nelle tre fasi sensoriali o alla percezione che l’equilibrio possa restare sospeso nel tempo e per ogni momento della degustazione?
Non mi sono voluto dare questa spiegazione!
E’ per questo tipo di vini che a questa “DOC”, dal 2011, si è voluta riconoscere l’aggiunta di una “G” (?)
Quante domande (!)

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… prospettive in vigna … Puglia, Peschi, Vino e Olio …

Informazioni su annitoabate

... sono un architetto ma anche un ricercatore e comunicatore del gusto ... della vita ...
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